Livorno arte


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Franco Masini

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masinifranc@tiscali.it

“ Prima volta all’Elba”, di Franco Masini



“Scoppia!”, grida “l’Artificiere” (l’addetto alle mine) che una volta accesa la miccia scappa, seguito da un fuggi, fuggi generale.

Minatori, operai, addetti al nastro trasportatore, equipaggio (in questo caso, il mio!) e visitatori, tutti corrono a gambe levate in cerca di un riparo, un posto qualsiasi dove attendere, al sicuro …. l’esplosione….!

Il silenzio é totale!

L’attesa del….botto, inconsueta come nel mio caso, per altri di routine, é un avvenimento da non prendere alla leggera!

A nessuno, infatti, é dato conoscere l’esatta potenza di una mina, la traiettoria di un sasso che cade da altezze vertiginose e…..seguendo l’adagio, “meglio aver paura che toccarne!”, ognuno cerca un riparo tipo… lancia di salvataggio, osteriggio (portello vetrato che illumina la sala macchine), verricello, oppure standosene accucciati lungo la murata (parapetto). 

“Booom !”, eccolo finalmente, il botto liberatore, al 1 quale “patatc….tac, tac”, segue una gragnola di sassi e pezzi di minerale che, lanciati in aria, ricadono rimbalzando sulle lamiere del ponte, ma una volta tornata la calma (bisognava però attendere ancora un po’ per esserne certi!), “gioite, é finita!”, sembra sentir gridare e abbandonato il nascondiglio, ognuno torna al suo lavoro.

Era proprio così? In effetti, a quel risorgere dopo l’esplosione, che trovo giusto associare la “quiete dopo la tempesta” (G.Leopardi), sebbene, nel nostro caso, non si trattasse tanto di “grandine, quanto di minerale, seguiva un piccola rivoluzione.

Magnetite, pirite, malachite, ferro o più prosaicamente ……pietra (da scartare), correvamo a cogliere perché rappresentava il “diversivo” a una giornata altrimenti monotona, senza contare poi che, siccome andavamo alla ricerca dei pezzi più belli per portarli a casa, (per ricordo e che possiedo ancora!), s’incentivava anche la pulizia del ponte!

Il tempo però non dava tregua e facendo leva su alcuni dei suoi effetti speciali: cielo coperto; risacca; sciabordare delle onde contro gli scogli e le murate della nave; scricchiolio di catene (delle ancore) che, protese verso il largo, gemevano come i dannati dell’Inferno assieme a movimenti inconsulti della nave, tutto ci “suggeriva”… di partire!

“E’ meglio andare”, dice il Comandante con lo sguardo corrucciato; “Si signore”, risponde laconicamente il Primo (Uff.le) e si sporge dall’aletta di plancia “molla gli ormeggi!” grida a noi che giù da basso, in fila indiana, ci muoviamo verso il “posto di manovra”.

A quel tempo e per una nave di quella stazza, lasciare un luogo siffatto e senza l’aiuto di un rimorchiatore, non era cosa semplice e le manovre da farsi erano tante e tali da produrre un certo trambusto ricco di rumori, lo “schiocco” del vapore quando entra nelle condutture; il gemito del salpa-ancora mentre vira le catene (delle ancore); il risuonare come corde d’arpa dei rugginosi cavi d’acciaio, irti di spine, che ci trattengono al Pontile della “Cala dell’Innamorata” (prudentemente, arrotolati sui loro tamburi) e fra grida e improperi, dandosi da fare, ognuno per la sua parte, finalmente la nave a poco, a poco, si muove.

Un po’ di tempo dopo, avreste potuto vedere la S/S “Valverde” (S/S sta per Steamer o Steam Ship = nave a vapore) venire piano, piano “al vento” (ossia nella giusta direzione) e poi solcare decisa le acque già mosse dello Stretto di Piombino, destinazione Porto Azzurro! 

Durante il breve trasferimento (per l’esattezza 28 miglia nautiche!), coperto in circa 4 ore, trovai faticoso lasciare il superbo spettacolo che mi si parava davanti: rocce brune, striate di ruggine; macchie di ginestra punteggiate di fiori gialli; il verde dell’erba; il bianco di una cava di “caolino” e poi la vista di un casolare che per la prima volta mi fece sperimentare cosa vuol dire la nostalgia di casa (casa mia, naturalmente).

Finito l’idillio col panorama (anche per un certo senso del dovere!), mi inerpico su per la scaletta di ferro che mena in Plancia, “timoniera” (locale del timone) o…. Ponte di Comando mentre penso…. “la mia, non è una gita di piacere!”.

In effetti (è il 1955), approfittando delle vacanze estive, ero lì per imparare, fare esperienza e aprire il famoso “Libretto di Navigazione” che senza un imbarco non si può usare!

Intimidito dal religioso silenzio del locale, mi sento prendere da una certa emozione, non tanto per l’ambiente un po’ vetusto, ma per la serietà della gente che ci lavorava.

Mi apparto, non visto, in un angolino e da lì osservo l’Ufficiale di guardia chino sul tavolo a carteggiare e il “timoniere” (marinaio con funzioni di timoniere) che governa la nave con rotta Sud-Sud- Est, poi Nord, infine Nord Ovest.

Sul “Ponte”(di comando) intanto, il silenzio è totale e dopo un breve percorso costiero ci si affaccia alla baia di Porto Azzurro.

Tutti escono a guardare.

Il cuoco, il cameriere, qualche macchinista, ma proprio in quel momento, a romper l’incanto, si affaccia dalla plancia il Primo ufficiale che grida: “Pronti a dare fondo”.

“Lesti, ai vostri posti!”, ribadisce il Nostromo (sottufficiale che comanda la bassa forza!)

Ufficialmente non dovevo far niente, in pratica ero “destinato” al “Castello” (di prua) dove, con grande disperazione del povero Nostromo, tutto volevo vedere e commentare.

Questa volta non andò bene, perché quando si accorse della mia presenza, col suo solito tono da negriero, “che ci fai lassù (sul castello), vorresti fare la manovra?” , “si, signore”, rispondo prontamente e lui, una volta realizzato con chi aveva a che fare, ossia con il mingherlino che a quel tempo ero, piegato a compassione, manda a chiamare il mozzo vero.

Mi colpisce l’idea di un capo–ciurma dal cuore tenero che diventa duro quando sferra il colpo di mazza allo “Strozzatoio” (morsa che blocca l’ancora in navigazione), ma anche il mozzo, quello vero, che non è da meno!

Con scioltezza, segno di “mestiere”, sgrana il “Barbotin” (ruota a impronte del salpa ancore), apre la valvola del “vapore” (per scaricare la “condensa”, quella che fischia e sfrigola nelle tubature!) e per sincerarsi che funzioni, aziona la “grande ruota” dell’argano, a folle, poi grida, “pronto!”.

Tutto, per me, sa di particolare, di pura magia!

Sento che la nave rallenta e intuisco che abbiamo raggiunto il… “sorgitore” (luogo dove dare fondo all’ancora) e all’ordine “molla!”, al quale seguono fischi, colpi di mazza, boati e un gran fracasso di ferraglia, vedo, fra mezzo a un polverone di ruggine e fango secco, che il “marchingegno”, finalmente si mette in moto, da prima lentamente, poi sempre più lesto, finché scorre giù, per la “via della catena”.

Sempre più veloci, sempre più saltellanti, le enormi maglie corrono e con esse l’ancora, precipitando in mare.

Per seguirne il “Tuffo”, ci affacciamo dall’alto del “mascone” (lato della prua della nave), ed accaldato e stanco come sono, mi viene da pensare “buon per lei che va a rinfrescarsi in mare!”.

Un insolito boato mi fa sussultare!

E’ la sirena della nave, che azionata da qualche buontempone, suona a festa!

Fra una cosa e l’altra, viene sera, o meglio le 17, ora di cena e di “franchia” (o franchigia, libertà per i giornalieri della nave!) e si decide di scendere a terra (o meglio “decidono” perché essendo io un povero mozzo-allievo nautico, per giunta in soprannumero, non decidevo proprio nulla!), il che comporta calare lo “scalandrone” (scala reale), posizionarlo all’altezza giusta; “ammainare” (calare) la lancia di salvataggio, salirvi e remare fino alla spiaggia.

Aggrappato al “corrimano”, scendo velocemente la traballante “scala reale” (a quel tempo, avevo appena 18 anni ed ero il più giovane e il più agile della nave), aggiungo il “Barcarizzo” (piattaforma terminale della scala) e scavalcato l’alto bordo della lancia, prendo posto su una panca.

Mi volto, per osservare lo stato maggiore che intanto scende piano, piano, in “pompa magna” (in uniforme): il Comandante, poi il suo secondo (Cif o 1° Ufficiale), il Secondo Ufficiale, poi altre persone che non rammento (prob.te qualche Macchinista) ma non il 3° (il più giovane e il più simpatico di tutti), che, poveretto, era rimasto a bordo, a far la guardia.

Il riflesso del Sole ormai morente (all’occaso, diciamo noi, ossia al tramonto), brilla nell’acqua smossa dai remi e a mano, a mano che ci avviciniamo alla “battima” (bagnasciuga o battigia), la sua luce scema e poi scompare, per essere sostituita dalle luci di terra.

Si continua a remare.

“Scia!”, giunge perentorio il grido del capo-voga (per fermare la barca) e subito dopo…”leva remi” (per interrompere la vogata) a cui segue il silenzioso, lento e irreale scivolar per “abbrivo” (inerzia) della barca.

Strana immagine quella della lancia (“scappavia” a 8 remi), con un gruppo di persone a bordo; alcune, dritte in piedi (per non sporcarsi), altre chine sui remi.

Non si sente un suono!

La curiosità sollecita a guardare attorno.

Noto che l’arco luminoso che disegna il porto, é interrotto qua e là da macchie scure, probabilmente boschetti di alberi o cespugli fioriti, ma mentre mi sforzo di guardare ecco che, come all’alzarsi di un sipario, appare il paese.

Case unite in un così tenero abbraccio, da sembrare voler proteggersi….da qualche aggressore!

Brillano le finestre.….orgogliosamente illuminate e a lato, quasi a fare la guardia, la scura sagoma di un campanile.

Quando “atterriamo” (termine valido anche per un battello), sento il raspare della chiglia contro la ghiaia del fondo e come a un segnale non detto, ma intuito, uno di noi balza in acqua e correndo come un forsennato, …. sparisce nel buio!

Avevo notato che stringeva in mano la “barbetta” (cima d’ormeggio legata alla prua di una barca) per cui desumo che fosse andato ad ormeggiare.

Balzati a terra, ci dirigiamo lesti, lesti e in fila indiana (essendo il più giovane, io per ultimo) alla volta di una baracca che sorge solitaria sulla spiaggia.

“Vedrai che mangiata di pesce!”, mormora accanto a me uno di cui non rammento il nome; qualcun’altro brontola qualche cosa, ma non so cosa!

Entriamo.

L’ambiente è tanto angusto, da non potersi respirare.

“Ci staremo?”, penso.

La luce è fioca ma in un angolo, vedo troneggiare un fornello rosso di brace sul quale bolle un paiolo di…. Caciucco”, precisa qualcuno che ha l’acquolina in bocca.

Io.. sorrido felice!

Ci accomodiamo su delle panche sgangherate.

L’ambiente è arredato in modo essenziale; poche le sedie, degne di questo nome, sulle quali si accomodano i capi, per il resto “panche”.

Al centro un tavolo che traballa per avere le gambe disuguali; le posate sono di stagno (o peltro?), i piatti di ceramica.

“Meno male che ci sono i bicchieri e il fiasco del vino”, sicuramente qualcuno di noi pensa!

Poco dopo arriva la zuppa.

Tutti, nessuno escluso, seguono con gli occhi il mestolio dell’’oste che distribuisce la zuppa ai commensali, buonissima zuppa fatta con pesce fresco, come non ne mangerò mai più in vita mia e per di più servita su un letto di pane casereccio; squisita!

La cena, più che altro una scusa per parlare e per me, di ascoltare, fu un successo.

Il gomito appoggiato al tavolo, ascolto e assorbo tutto ciò che dicono, senza rendermi conto del trascorrere del tempo.

Mi affascina il biancore dei loro denti di corallo, sfavillanti nelle bocche rosse (di sugo di pesce!), aperte al cibo e al riso; gli occhi lucidi che ammiccano furbi e la fantasia mi porta in oriente, in Asia, nel pieno di un romanzo d’avventura.

Mi sento partecipe, assieme ad un equipaggio di …pirati, a un’impresa che non esclude….l’arrembaggio (pensavo a mio padre, grande lettore di Salgari, come sarebbe stato contento!) e mentre ascolto rapito il loro dialogare, apprendo di: storie di mare, naufragi, imbarchi, impensabili caricazioni, bonacce nel Mar dei Sargassi, tempeste tropicali e….. mi par di sognare!

Come sempre avviene per le cose belle che uno strano destino le vuole sciupare, nonostante l’atmosfera festosa, mi prende un po’ di malinconia.

Intanto si sta facendo tardi e qualcuno propone di tornare.

Ci pensa il Comandante a togliere l’indecisione, proclamando che la festa è finita e bisogna andare.

Barcollanti per le libagioni, le voci roche per il troppo cantare, colpi di tosse per il fresco della sera, ci ritroviamo sulla lancia a vogare con incerte remate.

Mentre si va remando nel buio della notte, osservo i giochi di luce della Luna nelle acque nere del porto e sebbene sobrio …..comincio a vedere il volto di mia madre!

Appare una sagoma nera, troneggiante e altissima che grava su di noi, piccoli, piccoli, che le stiamo sotto.

“E’ la nave”, qualcuno grida.



Così il S/S Valverde, questo il nome della mia vecchia nave, mentre faceva la spola fra Porto Azzurro e Punta Calamita, dove si andava la mattina presto a caricare la magnetite (che poi veniva trasportata ad Emden, in una Germania che stava appena allora risorgendo dalla guerra), oltre a un equipaggio vero, ospitava anche un mozzo-allievo nautico in “soprannumero”, con diritto di “panatica” (vitto), ma non di paga (così andavano le cose a quel tempo!)



Franco masini – 55100 Lucca, Corte Bertolini, 19- Tel 0583-953608 – Cell. 339-8996823.

E.mail: masinifranc@tiscali.it



Franco masini, nasce nel 1937 a Pisa, da padre lucchese e madre scozzese. Da “grande”, forse ispirato da antenati genovesi, armatori e capitani di velieri, si diploma all’Ist.Tecn. Nautico M.Colonna, a Roma (dove la famiglia si era nel frattempo si trasferita) Senz Capitani. La sua carriera nella Marina Mercantile, viene però interrotta dal desiderio di una vita migliore e dalla nostalgia di casa e nel 70 sbarca, va a Milano, dove opera come agente marittimo di una nota Compagnia (Lloyd Adriatico), ma la passione di andar per mare non lo abbandona e anzi! Lo porta ad acquistare un’imbarcazione a vela con la quale insegna ai Milanesi (notoriamente amanti del mare!) l’arte del veleggiare. L’amore per l’avventura, lo spinge a partecipe, nel 1978, ad una spedizione che raggiunge faticosamente l’Antartide (Shetland Meridionali, isola King Jeorge) in gommone. Da pubblicista (iscritto all’albo giornalisti di Milano) scrive per molte riviste di settore e sempre nel settore nautico opera in qualità di CTU, consulente tecnico d’ufficio, per il tribunale di Milano; si sposa, infine e torna nella sua città natale, Lucca, dove scrive storie e partecipa a forum di ogni genere, prediligendo però argomenti di genere religioso, politico e sociale.




















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