Leonardo Melchionda

 

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Leonardo Melchionda, tra metafora e metamorfosi
di Donat Conenna

La frequentazione, a distanza, di Leonardo Melchionda da parte del critico scrivente risale a tempi non sospetti di evoluzione tendenzialmente accelerata, come la fase attuale che l'artista sta scrivendo, con il passaggio dalle geometrie chiasmatiche all'evoluzionismo
casual dei pigmenti. Ma è dai tardi anni dello scorso secolo che è in corso questo cambiar pelle del pittore livornese, questo suo portare in superficie i meandri magmatici del colore. Una sorta di abbattimento del muro di Berlino delle geometrie eucliedee, oltre il quale l'artista sta seguendo un'altra dimensione, del tutto interiore, governata non più dall'intenzione narrativa, coe nei periodi trascorsi. Con gli inizi del terzo millennio (l'epicismo dei termini è quello che è: secolo scorso, "evoluzione", terzo millennio), Melchionda da Livorno si è dato il compito di sconvolgere l'ordine costituito della chimica artistica, così come è intesa normalmente, riempiendo di magma; di colori surreali e surrenali la tela, sconvolgendo l'orientamento dell'osservatore, irrompendo sulla realtà insita alla materia prima, alterando il comune senso del vedere, immettendo nell'esistenza del suo prossimo il germe inquieto della creatività (e della visione) non omologata dall'ortodossia poligonale. Il meravigliante, in queste situations operative che Melchionda ingegna sul tessuto telare, è che il suo linguaggio cromo-chimico incontra con notevole empatia l'attuale diffusa cultura olistica, che vuole ogni particella vitale e non, legata a doppia mandata con l'esterno e l'interno della struttura dell'universo mondo.
Il tutto in continua, subitanea
metamorfosi, filamentosa e allusiva nei suoi viluppi. Leonardo Melchionda, con le sue ricerche ci avverte di quanto, questo nostro tempo, sia il tempo di una nuova sensibilità comunicativa, di nuove segnazioni cosmogoniche, azionali, razionali e irra: tempo di nuove dinamiche optical, di una "profonda cognizione del profondo". In una parola, di un nuovo iperrealismo, che muove non già dall'epidermide, come accade con John De Andrea, nel 1964, con Andy Warhol nel 1970, con Luciano Ventrone nel 1985, ma che esplora la materia in divenire e ne ferma per un istante il suo processo chimico.
Eccola, la strada interpretativa di questo periodo che l'artista livornese chiama delle
metamorfosi: anch'egli - con attrezzi concettuali e di cultura che sono quelli che sono (più che metamorfosi, queste opere sono la metafora della genesi materica) - va alla ricerca dei primordi nucleici del colore, risale le correnti molecolari alla ricerca dell'immagine ottenuta per spontaneismo reattivo, della scaturigine cognitiva che "muove tutte le cose" (per dirla con Dante), che le tiene insieme, le rende plausibili.
E lo fa attraverso
mèlanges psico-narrative, vere e proprie interazioni pulsionali del colore lasciato in balia di leggi che non hanno più niente di razionale, (anzi più sono irrazionali, più sono naturali e dunque sono reali, dinamiche, vive e quanto mai espressive e alludenti).
Questi che sembrano
divertissement ... sono solo all'apparenza dei divertimenti. In realtà sono fotogrammi continui, (semmai confortati dalla ritmica fluida e sincopante di un Franco Battiato, explorer del nostro "centro di gravità permenente"), sono blow-up della vita che sfugge all'occhio nudo. Sono decantazioni pigmentali estese in medium coi grandi fratelli bretoniani alle spalle ("Siate realisti, dipingete l'impossibile") che offrono una, dieci, cento, mille situations interpretative. E questo è il bello dell'olismo naturalista: tutte possono essere "capite", in qualsiasi latitudine ana-ortogonale.
Una bella
invenzione, tutto sommato, quella di Leonardo Melchionda.
E al critico che qui stende questo rotolo di parole, e che non fa l'inventarista, non risultano essere in molti , tra i molti che in Italia si avventurano in questi alvei pigmentali, ad uscirne vivi, cioè con un concetto serio, plausibile alla base diffusissima dell'operare coi colori
liberi di essere liberi.
Sarebbe grave torto verso la libertà immaginativa del fruitore di queste opere, soffermarsi su altre argomentazioni che pure hanno motivo di essere avanzate (come, per esempio, l'equivoco astrattista-informale cche fomenta questo periodo: queste opere non sono
astratte e non sono informali; al contrario, sono il trionfo del realismo materico), non solo per rispetto della libertà intellettuale di ognuno, ma per meglio lasciare viva la sensazione d'inquietante vitalismo che viene dalla "lettura" delle metamorfosi di Melchionda.
Per meglio digerirne la commistione - in ultima analisi - del meraviglioso, eterno paradosso che alimenta l'arte: la necessaria, incessante rappresentazione della propria unicità e del proprio limite. Il continuo ed inesorabile esercizio di una visione che nutre se stessa senza soluzione di continuità, senza oggetto, senza soggetto, senza domande, senza risposte. E che pure, come in queste fluorescenze materiche in continua motilità, si pone tutte le domande del mondo.


Per contatti:
Leonardo Melchionda "Il Gabbiano"
Abit.: viale Petrarca, 86 - 57124 Livorno
Studio: Via Manasse,10/AB 57125 Livorno
Tel. 339 8726994