I racconti di Ennia Demurtas

                                                                                                                            

 

 

 

CARLA

 

 Quel giorno ero scesa in piazza sotto casa per godermi quel sole primaverile e mi sedetti sulla panchina che era all'ombra degli alberi.
       Serena ed estasiata, pensavo al mio pancione e contattavo mio figlio che stava per nascere, quasi cercando un colloquio con lui,  guardando il cielo, il sole e la natura che mi circondava; si, ero proprio felice, io, Ennia, senza la mia innata paura che era sparita con la mia gravidanza. Delle grida flebili, ruppero la mia estasi e come per incanto, vedo non lontana da me una signora che chiama  sua figlia. La signora, così la chiamo per rispetto, perchè nella sua figura: bassa, tozza, e popolana, tutt'altro faceva pensare ad una signora come si suol dire di solito ad una persona ben vestita e di una certa cultura. Ma nel suo volto così delicato, lo sguardo dolce  e gentile, con i suoi piccoli occhi azzurri, un naso piccolo e ben fatto, i capelli ondulati e di una lunghezza che le coprivano il collo, io ero certa che, signora era la sua ignoranza. Si sedette accanto a me, chiamò di nuovo sua figlia Carla, la quale continuava a giocare più in là con le altre bambine, non curandosi di sua madre.
    Delicatamente attaccò discorso, mi domandò di quanti mesi ero ed io lì per  lì sarei scappata, perchè avevo già visto quella signora, guardandola dal terrazzo di casa mia, meravigliandomi di come seguiva sua figlia che giocava in piazza. 
   
   Mia suocera un giorno mi aveva raccontato che essa aveva avuto tanti figli e che le assistenti sociali glieli avevano
portati via, perchè il marito della signora era un ubriacone ed i figli non potevano tenerli in una vecchia casa popolare di due stanze; Carla era l'unica che le avevano consentito di tenere.
      Era una bambina di circa dodici anni, alta esile, il contrario di sua madre,  e con due grandi bellissimi occhi azzurri
La mamma di Carla mi disse che era facile partorire un bambino, che non dovevo aver paura,avrei dovuto spingereforte per aiutarlo a nascere e così confortandomi, senza lasciarmi parlare, cominciò a raccontarmi la sua storia, con una voce così delicata che mai mi sarei aspettata di sentire, dopo quello che mia suocera mi aveva detto; avevo immaginato una   donna volgare e forse un pò ubriacona anche lei; perciò rimasi seduta ad ascoltarla e mi fece piacere la sua compagnia, mi resi conto che io fino a quel giorno, avevo vissuto la mia vita, facendo diventare i piccoli problemi, dei Giganti feroci, inafferrabili. Essa con il  volto rattristato e lo sguardo nel vuoto, mi disse che aveva avuto undici bambini e che li avevano messi nell'istituto , ma nella sua ignoranza,non sapeva spiegarmi il perchè. Mi disse che non poteva più partorirne altri e ne era dispiaciuta: all'ultimo parto i medici  le avevano tolto le ovaie, e neppure di questo se ne rendeva conto, quasi piangeva.
     Per lei partorire era lo scopo della sua vita. Tutto quello che sapeva della vita, con il suo analfabetismo e suo marito sempre ubriaco che la metteva incinta
    . Carla era la dodicesima e rappresentava per lei, gli altri undici che gli avevano levato, e mentre continuava il
    suo racconto, si interrompeva via via per chiamarla, facendo un sorriso perchè Carla non rispondeva. Mi disse che una domenica   portando Carla al cinema dei preti un uomo l'aveva guardata con interesse,mentre narrava, girò la testa di colpo, spostando i suoi capelli con vanità e vidi nel suo sguardo che in quel momento si sentivabella e desiderata, precisando che non incoraggiò l'uomo.
    L'onesta e delicata mamma di Carla, mi fece compagnia per un pò e mi fece capire la sua vita, i suoi disagi vissuti con signorilità.
    Il mio disagio e la mia ammirazione per lei, mi rendevano difficile il congedo; finalmente Carla venne alla panchina e sua madre le disse : andiamo si va a mangiare, è tardi.
    Rimasi lì a pensare per un pò guardandola andare via: la signora camminava barcollando
    nelle sue pantofole, si voltò salutandomi e dicendomi: non abbia paura, è facile partorire!
    Ciao Carla, la tua casa popolare non c'è più, ora c'è un palazzo. Dove sei? Mio figlio ha ventiquattro anni e tu ne hai dodici più  di lui. Io ho cambiato casa. La nostra vecchia piazza è più piccola, ci sono meno alberi e c'è un altro palazzo, chissà se tu lo sai.
    Ciao Carla, non ho mai saputo il nome di tua madre.
    Vorrei averla qui con me, per sentirmi dire: non è niente, è facile...anche per i miei problemi che oggi devo affrontare.

 

     Ennia Demurtas

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